Oggi è il giorno dedicato al perdono. Francesco chiese al Papa nel 1216 di istituire un giorno di indulgenza. Da allora si celebra ogni due agosto alla Porziuncola. Il piccolo santuario di Assisi dove il Santo morì, dieci anni dopo. Mia nonna mi raccontava sempre della festa del Perdono del due di agosto che si celebrava qui, nel piccolo paesino ormai abbandonato di Palaveggio, nel minuscolo oratorio. Frammenti di storia ormai dimenticati. Fede e canti di gioia di cui ormai resta solo un eco lontano in mezzo ai muri diroccati delle case lasciate da decenni. Mi sono sempre domandato come mai quel giorno, pur se originato in tutt’altro contesto antropologico, fosse proprio il due di agosto, esattamente il giorno dopo della grande e millenaria festa celtica del raccolto: Lughnasadh. Io ci vedo una perfetta corrispondenza logica: dopo avere raccolto tutto quello di cui abbiamo bisogno, dobbiamo chiedere perdono, agli uomini e agli dei. Perché per fare un buon raccolto, noi per forza dobbiamo avere commesso qualche ingiustizia, qualche piccolo grande crimine, verso qualcun altro. Verso la natura, verso le persone che ci circondano, verso noi stessi. Oggi che le nostre vite sono ormai completamente distaccate dal ciclo delle stagioni, la riflessione antropologica diventa interiore ed emotiva. Prima c’è un momento di raccoglimento in cui si cerca di capire cosa effettivamente siamo stati in grado di accumulare nei nostri giorni, durante il periodo più luminoso dell’anno, addentrandoci lentamente lungo il crinale discendente che va verso l’inverno. Poi dobbiamo riflettere sulle azioni che ci hanno portato a raccogliere quello che abbiamo e ad essere quello che siamo, nel bene e nel male. Ed ecco che appare chiaro come questo raccolto sia stato pagato, se da noi o da altri. Di fronte a tutto ciò, diviene inevitabile chiedere perdono, col cuore colmo di gratitudine, di insoddisfazione o di pentimento. Io sento forte questo momento e sento l’esigenza di confessare tutto. Non a un prete o a uno strizzacervelli. Per provare a diradare le forze che incombono sul mio cuore. “I am confessing, not to a priest or confession box, not to a shrink. Strawberry Moon, dark force, I am confessing". Io non sento bruciare dentro di me la colpa per avere davvero ferito o depredato qualcun altro, anche se ci sono alcune persone a cui sono immensamente grato a cui devo tanto. Ma c’è qualcuno a cui vorrei riuscire a chiedere perdono. Anche se è immensamente difficile. Vorrei tanto chiedere perdono a me stesso. Per tutto quello che mi sono fatto. Per essermi ridotto così. Per il disprezzo. Per la sofferenza perpetuata. Per essermi negato la vita. Per essermi dato ogni colpa. Per tutto quello che sarei potuto diventare e non sono riuscito ad essere. Perdono. Vorrei tanto smettere di sanguinare. Vorrei che una forza esterna, un amore antico, mi impedissero di continuare a ferirmi. “Now some Celtic God, an ancient love keeping me from harm. Lugh of The Long Arm”. Perdono.
Le parti in inglese sono tratte da “Strawberry moon” di Tori Amos.
Nell’immagine, l’oratorio di Palaveggio (Polinago, Modena).


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