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domenica 2 agosto 2026

Perdono

Oggi è il giorno dedicato al perdono. Francesco chiese al Papa nel 1216 di istituire un giorno di indulgenza. Da allora si celebra ogni due agosto alla Porziuncola. Il piccolo santuario di Assisi dove il Santo morì, dieci anni dopo. Mia nonna mi raccontava sempre della festa del Perdono del due di agosto che si celebrava qui, nel piccolo paesino ormai abbandonato di Palaveggio, nel minuscolo oratorio. Frammenti di storia ormai dimenticati. Fede e canti di gioia di cui ormai resta solo un eco lontano in mezzo ai muri diroccati delle case lasciate da decenni. Mi sono sempre domandato come mai quel giorno, pur se originato in tutt’altro contesto antropologico, fosse proprio il due di agosto, esattamente il giorno dopo della grande e millenaria festa celtica del raccolto: Lughnasadh. Io ci vedo una perfetta corrispondenza logica: dopo avere raccolto tutto quello di cui abbiamo bisogno, dobbiamo chiedere perdono, agli uomini e agli dei. Perché per fare un buon raccolto, noi per forza dobbiamo avere commesso qualche ingiustizia, qualche piccolo grande crimine, verso qualcun altro. Verso la natura, verso le persone che ci circondano, verso noi stessi. Oggi che le nostre vite sono ormai completamente distaccate dal ciclo delle stagioni, la riflessione antropologica diventa interiore ed emotiva. Prima c’è un momento di raccoglimento in cui si cerca di capire cosa effettivamente siamo stati in grado di accumulare nei nostri giorni, durante il periodo più luminoso dell’anno, addentrandoci lentamente lungo il crinale discendente che va verso l’inverno. Poi dobbiamo riflettere sulle azioni che ci hanno portato a raccogliere quello che abbiamo e ad essere quello che siamo, nel bene e nel male. Ed ecco che appare chiaro come questo raccolto sia stato pagato, se da noi o da altri. Di fronte a tutto ciò, diviene inevitabile chiedere perdono, col cuore colmo di gratitudine, di insoddisfazione o di pentimento. Io sento forte questo momento e sento l’esigenza di confessare tutto. Non a un prete o a uno strizzacervelli. Per provare a diradare le forze che incombono sul mio cuore. “I am confessing, not to a priest or confession box, not to a shrink. Strawberry Moon, dark force, I am confessing". Io non sento bruciare dentro di me la colpa per avere davvero ferito o depredato qualcun altro, anche se ci sono alcune persone a cui sono immensamente grato a cui devo tanto. Ma c’è qualcuno a cui vorrei riuscire a chiedere perdono. Anche se è immensamente difficile. Vorrei tanto chiedere perdono a me stesso. Per tutto quello che mi sono fatto. Per essermi ridotto così. Per il disprezzo. Per la sofferenza perpetuata. Per essermi negato la vita. Per essermi dato ogni colpa. Per tutto quello che sarei potuto diventare e non sono riuscito ad essere. Perdono. Vorrei tanto smettere di sanguinare. Vorrei che una forza esterna, un amore antico, mi impedissero di continuare a ferirmi. “Now some Celtic God, an ancient love keeping me from harm. Lugh of The Long Arm”. Perdono. 

Le parti in inglese sono tratte da “Strawberry moon” di Tori Amos. 
Nell’immagine, l’oratorio di Palaveggio (Polinago, Modena).

giovedì 16 aprile 2026

It doesn't matter if I take another breath

 

Piove da giorni. Una pioggia sottile, stanca, benedetta. Santa e satanica allo stesso tempo. La primavera è il luogo di questa pioggia. Con i prati e le aiuole verdi ma gli alberi ancora in attesa. Un verde che va e che agisce, ma ancora non riesce ad essere il protagonista della stagione. “Green for go, green for action”. Mi immagino camminare per Londra, non in questa città così triste e desolata. Come quando ancora credevo di avere davanti una vita. Mi vedo uscire dalla città, andando verso ovest, un tardo pomeriggio, con il sole in fronte, senza più pioggia. Un sole che ormai mi spaventa da mesi, ma di cui ho una necessità viscerale. Osservo intorno a me ogni simbolo, ogni segno che mi consenta di capire se c’è ancora una piccola speranza di andare avanti. Segni antichi come geroglifici. “Five miles out of London on the Western Avenue…From Park Royal to North Acton Past scrolls and inscriptions like those of thе Egyptian age”. Mi chiedo se tutto questo dolore sia in effetti, per me, questione di vita e di morte. Se ne uscirò, prima o poi. O se devo accettare che finisca tutto qui. “It’s not a matter of life or death. But what is? What is?”. Ma se questo fosse davvero il mio ultimo respiro? Se sotto questa pioggia mi spegnessi e lasciassi scivolare il mio corpo su questo asfalto bagnato? A chi importerebbe davvero? “It doesn't matter if I take another breath. Who carеs? Who cares?”. 

 
 Le parti in inglese sono tratte da “Hoover factory” di Tori Amos.

martedì 4 novembre 2025

Sleep and wake, and bellyache

 

Da alcuni giorni sto provando ad accettare la mia insonnia. La difficoltà ad addormentarmi. I continui risvegli. Il rigirarsi nel letto. Sto cercando di convincermi del fatto che il mio corpo e la mia mente in fondo sanno di quanto sonno ho bisogno. Sto cercando di accettare i dibattiti che si formano nella mia mente prima che arrivi la benedizione del riposo. Sto tentando di dare una qualche dimensione sacrale, di preghiera, al calvario delle mie notti. Pregare fino ad arrivare all’assenza che consente il passaggio verso la dimensione onirica, sotto la luna fredda del sonno. “Absence, absence, absence, absence. Cold moon comes down curdling, curdling”. Ma prima occorre fare i conti con ciò che è stato, con quello che si è vissuto. La vita è così: ognuno cerca di sdraiarsi la sera pensando che non sia stata una giornata inutile, anche se spesso lo è stata. Siamo contraddizioni viventi che cercano una propria coerenza e riflettono sulle proprie azioni in termini di passato e di futuro. Quando in realtà, tutto quello che dovremmo fare è praticare l'oblio di noi stessi e vivere esclusivamente questo dannato momento presente. Invece pretendiamo di separare ogni cosa tra il bene e il male: o sogni o incubi. E così le nostre notti diventano una continua alternanza fra sonno e veglia, tra la testa pesante e il mal di pancia. “Know you every place of good and not-good. Sleep and wake, and bellyache”. 
 
 Le parti in inglese sono tratte da “A Noiseless Noise”di PJ Harvey.

mercoledì 10 settembre 2025

Do I know you from somewhere?

L'odore proveniente dal tubo di scarico di una macchina che mi passa accanto mentre corro mi riporta improvvisamente a un passato ancestrale, quando Tamara ci portava a scuola con la Citroen Dyane, in una di quelle mattine grigie e fredde, lasciandoci all’entrata del piazzale polveroso. Il potere degli odori è fenomenale: in un istante sa condurre la mente lontanissimo, dove nemmeno si pensava che potessero albergare ancora quei ricordi. Pensare a me bambino è come ricordare qualcuno che sono stato in un'altra vita. Faccio fatica a focalizzarmi, a ricordarmi chi ero e cosa pensavo. Ricordo meglio gli altri che me stesso. “Do I know you from somewhere? Why do you leave me wanting more? Why do all the things I say sound like the stupid things I've said before?”. Vorrei ricordare di più di me allora, per capire meglio come mai sono diventato oggi quello che sono. Quali pensieri nocivi, quali scelte sbagliate, mi hanno condotto a questo disastro. Ma ogni tentativo di capire sembra ormai così inutile, stupido, banale. Le prime gocce di pioggia sulla mia pelle mi fanno sentire che, nonostante tutto, il mio corpo è ancora vivo ed è ancora in grado di farmi provare qualcosa di bello, non soltanto dolore. Vedo le minuscole goccioline sulle mie braccia nude e sento il desiderio di toccare la mia pelle con la mano. Per farmi sentire che ci sono ancora. “Put your hand on my skin. Put your hand on my skin. Put your hand on my skin”. Riesco a rientrare dalla corsa appena in tempo, prima che la pioggia inizi ad essere davvero intensa.
 
Le parti in inglese sono tratte da "Skin" di Madonna.

lunedì 25 agosto 2025

When my heart doesn't beat anymore and my body's cold

 

Questa valle è come una fossa. Una fossa gigantesca in cui mi sono sepolto vivo. Vorrei fuggire lontano, tornare a vivere, a respirare. Ma poi penso che in fondo sia meglio così. Restare qui sepolto, senza che nessuno mi possa più vedere. Lasciare che il mio corpo finalmente si decomponga, stagione dopo stagione. Osservare il cielo sopra di me mutare di luce e colore. E sperare, chissà, un giorno di potere rinascere in qualcosa di migliore. “When my heart doesn't beat anymore and my body's cold. You will walk, dressed in black, to my door and the bells will toll”. Perché, avendo perso la bellezza, non riesco più a contemplarla? Come se non fossi più degno di appartenere all'armonia del mondo. Se non nascosto, al buio, sepolto. Come se ormai, non fossi altro che una nota stonata nella melodia del cosmo. Un suono stridulo e impuro che deve essere soffocato al più presto.

Le parti in inglese sono tratte da "How it feels to be alive" di James Blunt.

martedì 12 agosto 2025

No one can see me cry

 

Quello che fa più male è capire per davvero definitivamente che tutto ciò in cui ho sperato da sempre non arriverà mai. Un po’ come addobbare con cura una casa per natale e poi all'ultimo scoprire che il natale è stato annullato. Corrode anche un profondissimo senso di ingiustizia perché questa negazione della vita tanto agognata è arrivata con grande anticipo, se confronto la mia esistenza con quelle degli altri. Ma ho capito che il confronto non porta mai a niente di buono e che le cose forse arrivano quando devono arrivare. Eppure, a posteriori, mi sento di dire che ho profetizzato questa improvvisa e verticale decadenza, così precoce. In periodi insospettabili, durante i quali la rovina non poteva assolutamente essere predetta, ho fatto scelte quanto meno strane e singolari, creandomi una vita da rifugiato, fatta di rinuncia, lontananza e decadenza. Preparandomi così a ciò che mi sarebbe successo di lì a pochi anni: mentre le vite degli altri sarebbero esplose di luce, la mia avrebbe visto l'arrivo di un buio profondo. In questo senso sono stato un profeta per me stesso, aruspice della mia stessa fine. O è il caso tipico della profezia che si autoavvera? Resta ormai solo il pianto, di fronte alla totale e ineluttabile catastrofe. Posso piangere qui, dove nessuno ormai può vedermi. “This lightning storm, this tidal wave, this avalanche, I'm not afraid. Come on, come on, no one can see me cry”. 

Le parti in inglese sono tratte da “Imitation of life” (REM)

venerdì 24 gennaio 2025

Nobody else is slipping the blade in easy

 

È proprio vero che è più semplice finire dove tutto è iniziato. È naturale chiudere un cerchio. Quello della vita. E dove è stato aperto è più facile chiuderlo. Qui tutto coincide, tutto ritorna. Sono mio figlio e mia madre. Nessun altro sa far scivolare la lama dentro di me come so fare io. “I'm my mother I'm my son. Nobody else is slipping the blade in easy”. Ci sono diari di 35 anni fa colmi di paure mai bruciate. Oggetti di persone dimenticate ma tatuate sul mio cuore. E poi c'è tanta sacralità. Tanta purezza, ormai lurida. Tanti nomi e indirizzi di chi è stato importante ma poi è scomparso. E un calendario fermo a dicembre 2011. Quando sono fuggito convinto di spiccare il volo verso chissà quale futuro. Senza sapere che sarei lentamente ma inesorabilmente precipitato. Poi ci sono gli specchi che vedono riflesso un uomo vecchio e stanco, là dove prima c'era un ragazzo con le guance gonfie di sogni. E poi ci sono tutti gli angeli, i maghi e le candele. Tutti in bianco e nero perché i colori fanno troppo male. Mi sembra di sentirli e di toccarli. “All the angels all the wizards, black and white, are lighting candles in our hands. Can you feel them, yes, touching hands before our eyes”. E tante parole. Italiano, inglese, francese, ebraico. Parole di vita e di morte. Di disperazione e di estasi. Sono tornato con la mia bambola ormai girata dalla parte dell'ombra. Più vicina alla fine che all'inizio. Ache il velo con cui ho cercato di nascondermi sta diventando nulla e non ho più voglia di scappare e di apparire diverso dal mio totale fallimento, ciò che sono. “Your veil is quietly becoming none. Call the wanderer he has gone”. Vorrei dire a tutti coloro per cui è così facile, con le loro ali perfette e quegli occhi bellissimi, che non è lo stesso per tutti. Che non è facile vivere all'inferno tutti i giorni. “And all those up there are making it look so easy with your perfect wings”. Qui e ora, sarebbe così facile chiudere questo disastro di vita, sarebbe sufficiente lasciarmi scivolare giù. Da questo davanzale al secondo piano. Eppure una volta c'erano le rose. 
 
 Le parti in inglese sono tratte da “Sister Janet” di Tori Amos.

lunedì 6 gennaio 2025

There's so much here that I don't understand

 

In questi giorni di parentesi dall’usuale quotidianità, tutto viene rimesso in discussione. Servono improvvisamente nuovi rituali giornalieri perché quelli soliti non funzionano più. Così mi scopro nudo di fronte al mondo, senza barriere o maschere definitorie. E mi vedo irrimediabilmente e inequivocabilmente invecchiato. Il mio viso irriconoscibile, le mie mani venose, i miei occhi stanchi. Vorrei capire perché. La favola del tempo non mi basta più. E non riesco a farmene una ragione. “Take a look at my body, look at my hands. There's so much here that I don't understand”. Per invecchiare, ci vuole una ragione, un contrappeso. Vedersi decadere così, porta con sé la necessità di osservare contemporaneamente qualcosa d'altro che cresce in vigore, luce, poesia. Allora sì, si riesce a motivare tanta decadenza. Si riesce a provare compassione per lo squallore incipiente. Ci si riesce ad accettare. In mancanza di questo, ci si sente derubati e maltrattati. La pena sostituisce la compassione. “Because I've been treated so wrong, I've been treated so long as if I'm becoming untouchable”. Il solo balsamo è l'oscurità. La dolce accettazione della tristezza e della debolezza. “Oh, I need the darkness, the sweetness, the sadness, the weakness. Oh, I need this, I need a lullaby”. 

Le parti in inglese sono tratte da “Untouchable” di Natalie Merchant

lunedì 30 dicembre 2024

By the bright leaves in the garden

 

Solo pochi giorni fa mia madre mi ha portato alcuni contenitori che ha trovato in casa sua, in salotto. All’interno di un mobiletto sul quale io avevo messo un’etichetta con su scritto “erboristeria”. Nelle scatole c’erano sacchetti di carta con all’interno erbe curative di ogni tipo: alcune note - come le erbe aromatiche che tutti conosciamo - altre meno, come le erbe selvatiche con proprietà benefiche diffuse nell’Appennino settentrionale. C’era anche un foglietto ingiallito scritto, con la mia bella calligrafia di allora, una sorta di indice: rosa canina, foglie e piccioli di amarena, coda cavallina, farfara, trifoglio dei prati, malva, sambuco rovo, camomilla romana, cicoria, lavanda, biancospino, foglie di noce, menta piperita. Sui sacchetti erano indicati il nome e le proprietà di ciascuna erba e anche la data e il mese della raccolta. Da giugno a ottobre. 1996. 1997. Ero un adolescente in fuga da una realtà che mi terrorizzava. Mi nascondevo qui, in questa valle giardino. E avevo trovato una guida, una salvatrice che mi distraeva dall’abisso in cui rischiavo di finire, mostrandomi i segreti della natura. I profumi, i sapori e le bellezze dei prati e dei boschi intorno a noi. E ancora la ricordo, in mezzo alle nostre foglie ed erbe magiche, sotto l’ombrellone di estati senza fine. “By the bright leaves, in the garden of my saviour. As the parasol gently shades her”. Riavere in mano dopo quasi trent'anni quelle erbe che ancora hanno un residuo aroma, mi ha precipitato indietro in un passato che non ha più molto a che fare con quello che sono oggi. Oggi quella vita l’ho lasciata dietro di me e sono una persona completamente diversa. “With our old lives left behind us, we are new now”. Ma per certi versi rimpiango quei momenti di totale devozione, in giro per il vecchio bosco: mi illudevo allora che tutto ciò fosse abbastanza per me. Che fosse l’unica cosa che volevo essere. L’unica cosa che volevo vedere intorno a me. “Only way I want to be, only thing I want to see,by the old wood”. E in effetti per alcuni anni fu sufficiente per salvarmi. Poi tutto cambiò. E iniziò il calvario che mai quel ragazzino amante delle erbe e della natura avrebbe potuto immaginare. Cosa resta di quel tempo? Io sono ancora nello stesso luogo, oggi più di prima. Ma è tutto differente. E diverse sono le persone intorno a me. Lei non c’è più e io, forse, nemmeno. Il mio viso è irriconoscibile. La mia anima pesante come un macigno. I miei sogni, tutti evaporati. Prendo uno dei sacchetti e lo butto nel caminetto acceso. Erbe raccolte in un’altra vita. Il fumo sembra non distinguere le essenze, l’odore sembra lo stesso per tutte. Ma il fuoco mi rammenta le candele accese in mezzo ai tulipani e le falene volare intorno ai nostri sorrisi. Nel piccolo giardino. “Burning in the garden as the moths fly through the flames like our little haarlem”. 
 
Le parti in inglese sono tratte da “Willow” dei JJ72

sabato 28 dicembre 2024

Blackwaterside

 

Da qualche settimana sento di stare affondando più del solito. In acque scure e melmose che conosco bene. Ma se, il più delle volte, sento la melma soltanto sotto le piante dei piedi, ora invece la sento nelle mani e in bocca. Inizio a temere di non uscire più. So perfettamente che, oltre che da tutto ciò che non va bene nella mia vita, questa situazione dipende dal mio modo di pensare. Dalla mia mente che sostanzialmente mi odia e mi fa credere che le acque in cui sono immerso siano ancora più scure della realtà. Mi dice che sono io l’artefice di ogni mia sfortuna che tutto quello che posso fare è andare a casa e piangere. “Go home, go home, to your father's garden, go home and weep your fill and think upon your own misfortune which you bought with your wanton will”. Ho chiesto aiuto e mi sono stati dati alcuni suggerimenti che però spesso mi sembrano banali. La verità è che sono in un circolo vizioso. Più sto male e più non mi sento degno di fare qualcosa per stare meglio. Ammesso che io sappia cosa mi possa fare stare meglio. Mi rendo conto di avere una visione distorta della realtà sia in termini di autopercezione che in termini di aspettative verso gli altri. So anche che basta poco per risalire un minino dall’abisso ma che ci vuole una forza di volontà pazzesca anche solo per fare un passo verso l’alto. Per alcuni giorni, sono riuscito ad alzarmi prima e fare yoga davanti alla finestra ad ovest, osservando la luna tramontare. E ascoltando musica. Un piccolo riconoscimento verso me stesso, per cercare di aiutarmi. Anche se non so quanto ormai ne valga la pena.

Le parti in inglese sono tratte da “Blackwaterside” (traditional Irish song).

venerdì 27 dicembre 2024

You spread your wings, you had flown away to something unknown

 

Il giorno di natale sarebbe stato il tuo compleanno cara Anna.E invece sono mancati quei doppi auguri che tutti erano soliti farti. Qualcuno lo ha comunque fatto su quel tuo profilo on line, ormai disabitato. Poche settimane fa il triste annuncio. Inatteso come neve in agosto. Un male ti ha portato via in pochissimi giorni, meno di un mese dalla diagnosi. Come è possibile? La totale precarietà della vita mi è arrivata addosso come uno schiaffo in faccia. Oggi ci siamo, domani non più. Poi, immediatamente dopo, un altro sentimento ha invaso il mio cuore: il profondo e sconfinato senso di ingiustizia. Ti ricordo come una persona di una dolcezza e di un’eleganza infinite. La tua sola presenza sapeva smorzare ogni tensione nel gruppo. La tua voce delicata metteva addosso un senso di pace. Eppure sei stata strappata via improvvisamente alla tua vita, senza preavviso, lasciando incompiuto ogni tuo progetto, lasciando attonite le persone che ti amavano. Così, spietatamente. Una tua recente foto, quella che avevi come profilo, fa davvero pensare che tu abbia spiegato le tua ali e sia volata altrove. “You just faded away, you spread your wings, you had flown away to something unknown”. Non ci vedevamo da un po’ io e te. Ma per anni ci siamo incontrati un po’ dappertutto, nelle trasferte in giro per l’Italia e quindi ho tanti ricordi in tanti luoghi diversi legati a te. Uno degli ultimi, o forse quello che più mi è rimasto impresso nella mente e nel cuore, è quello di noi due a Venezia, mentre camminavamo verso Cà Foscari e, parlando, abbiamo scoperto la comune passione per la cultura ebraica. Nel tuo caso nata da un ex compagno ebreo. Sapevi appassionarti alle cose, Anna, non solo nella tua professione, quella di architetto. Sapevi creare bellezza. Ma nascondevi una fragilità, quella delle persone che si sono dovute reinventare spesso nella vita, che ti rendeva speciale. “You have your special place in my heart, always”. Ma di fronte a questo male assurdo non hai più potuto reinventarti. Mi avevi fatto scoprire anche una straordinaria realtà di supporto alle persone che sono sopravvissute al suicidio o che hanno avuto un lutto da suicidio. Un tema che mi è molto caro. Eri e resti una persona straordinaria, Anna. Con te se ne va una parte bella del mondo. Di quelle sempre più rare e di cui abbiamo sempre più bisogno. Non so se esista davvero un paradiso, ma se c’è, tu ora sarai lì. “Heaven is a place nearby. So there's no need to say goodbye”. 
 
Le parti in inglese sono tratte da “A Place Nearby” di Lene Marlin

mercoledì 11 dicembre 2024

Staring out your winter window

 

Bloccato in casa dalla neve. Questa casa fortezza. Antica, ma calda per la prima volta dopo anni di abbandono. Consapevole di essere irrimediabilmente senza via di uscita. Qualunque cosa accada non posso uscire, non posso allontanarmi da qui. È una sensazione strana, quella di non avere scelta. Una sorta di lievissima ansia che pervade la parte bassa del ventre, mi sale fino al collo e mi lascia per un istante senza respiro. La mia mente corre a tutto ciò che deve essere rimandato e, dall’altra parte, a tutto quello che potrei fare in assenza di impegni esterni. Poi resto inaspettatamente al buio. Un lieve panico si aggiunge all’ansia. Ma poi cerco una candela e tutto sembra nuovo. La luce è soltanto quella del fuoco, la candela e il caminetto che arde scoppiettante. Mi ritrovo solo davanti alla finestra. Fuori non ci sono luci per chilometri, eppure quel bianco immenso sembra brillare di luce propria. Cosa vorrei ora? Il silenzio e il buio aprono una voragine immensa dentro di me. Spegnendo le luci esterne, si accendono quelle nel mio cuore. E vedo tutto quello che sarei voluto essere. E osservo tutta la vita che non ho mai vissuto e che non vivrò più. Piango lacrime di cristallo che riflettono sia il rosso del fuoco che il bianco della neve. La primavera è lontanissima, non è nemmeno intuibile. Sepolta dal bianco che sta coprendo il mondo. “Staring out your winter window at a silver sky, you know you've been to, in a kiss upon a day before a spring. Winter lady, cry those crystal tears. He won't know what he's missed ‘til love's too late, you've changed your mind. And it's my turn to sing”.

Le parti in inglese sono tratte da “Winter lady” di Joni Mitchell

lunedì 4 novembre 2024

Follow the sun

 

In questi giorni di mezzo autunno, mi piace - un po’ prima del tramonto - scendere giù al fiume. Lascio che le mie gambe, ancora nude, scivolino lungo il nastro di asfalto che precipita per quasi duecento metri di dislivello con le sue lunghe curve serpentine, fino al fondo della valle. Arrivo al piccolo ponte che separa le due sponde e osservo l’acqua nel punto della confluenza fra due torrenti. E in quelle acque vorticose, osservo l’ultimo raggio di sole, penetrare da sopra le colline di castagni, appena oltre il ponte, verso sud. Sono le 15.51. Un’ora simmetrica. Ed è qui che inizia la sfida. Torno sui miei passi, verso casa, di passo spedito. In pochi minuti il sole rinasce verso sud ovest, sembra incredibile: un’alba o un tramonto? La mia mente corre veloce, quasi quanto le mie gambe che risalgono il pendio, senza sosta: è il sole a dare il ritmo. Basta seguirlo: lui scende mentre io salgo la montagna. Il risultato è che il disco solare sembra quasi immobile, nello stesso punto. Respiro e penso. “Follow, follow the sun, and which way the wind blows, when this day is done, breath, breath in the air, set your intentions, dream with care”. Penso a tutta la strada che ho fatto per arrivare fino a qui, da dove in verità sono partito. Solo come allora. Forse di più. E quindi, in fondo, è come se fossi sempre stato fermo, come il sole che sto seguendo. Arrivo a casa e il sole è ancora lì. Mi stendo sullo sdraio a sud ovest e lo osservo, ancora per parecchio tempo, scendere inevitabilmente, ora che io sono fermo e non posso più salire. L’aria si fa più fredda, come quella che ho sentito poco fa, giù al fiume. E la sfera si colora di rosa per scendere definitivamente dietro la montagna. Nel punto intermedio tra l’equinozio e il solstizio. Come sempre a Samhain. Sono le 16,40 e io ho visto, in meno di un’ora, due tramonti. Un miracolo di gambe. E di spirito. 

Le parti in inglese sono tratte da “Follow the sun” di Xavier Rudd

giovedì 4 luglio 2024

Wash away our pain

 

In fin dei conti, al calare della sera, è evidente che tutti cercano soltanto di salvaguardare la propria sopravvivenza, la propria vita, il proprio singolo interesse. Niente altro. Nulla è cambiato dall'antico mondo animale, violento e ancestrale, al quale ancora appartiene il nostro sangue. Ognuno è disposto a tutto per salvaguardarsi, non c'è pietà né compassione. Sono tutti vittime o carnefici più o meno consapevoli. La verità è messa a servizio della propria storia, del proprio modo di vedere il mondo, senza alcuno sforzo oggettivo, tutto in modo assolutamente autoreferenziale. L'unica possibile comprensione sta nel mero riconoscimento della propria sudditanza o superiorità. Solo animali in cerca di spazio vitale e di facili prede. Meglio immolarsi e soccombere prima di diventare carnefici e perdere così la propria dignità umana. Dopo la resa, una pioggia di primo mattino, laverà via il sangue e ogni dolore, per sempre. "When we'll wake up, some morning rain will wash away our pain". 

Le parti in inglese sono tratte da "Rainbow" di Elisa.

domenica 26 febbraio 2023

Blue moon

 

La luna è gigantesca stasera. Fuori casa l’ho vista sorgere a nord est, quasi rossastra. Ma da qui, dentro la casa, la sua luce sembra blu. Forse a causa del vetro satinato del bagno. “Blue moon. You saw me standing alone. Without a dream in my heart. Without a love of my own”. Mi immergo in questa vasca, lava bollente. Tra pietre antiche che sono qui da secoli. Appena sopra la vasca, nell’angolo, ce n’è una con l’impronta di una mano. Mi chiedo chi l’abbia incisa. Non lo saprò mai, so soltanto che quella mano ancestrale corrisponde perfettamente alla mia. Sono al buio completo. se non fosse per la luna. Amo fare il bagno nella quasi totale oscurità. A volte anche la luce di una piccola candela è troppo. Desidero che anche lo specchio taccia e non mi parli del mio viso ormai irriconoscibile. Il mio corpo assume la forma dell’acqua ed è come un rituale antico, Una preghiera che non ha un Dio. “You heard me saying a prayer for. Someone I really could care for. And then they suddenly appeared before me”. Eppure è anche una invocazione. E a tratti mi pare che presto qualcuno o qualcosa apparirà davanti a me. L’acqua pian piano inizia a raffreddarsi e con essa anche i miei pensieri. Ma per fortuna la luna sta cambiando colore e invade d’oro la stanza.. “The moon had turned to gold….And I’m no longer alone. Without a dream in my heart. Without a love of my own. Blue moon”. 

Le parti in inglese sono tratte da “Blue moon” di Billie Holiday

mercoledì 23 novembre 2022

Beyond the sunrise

 

 

 

 

 

 

 

 

Stanotte, nel dormiveglia, ho percepito la casa (questa vecchia e tribolata casa) come fosse una nave. Una nave che si muove con la terra, nel mare immenso     del cosmo, da ovest verso est. Senza alzarmi dal letto, ho immaginato di affacciarmi alla finestra del mio studio, di fronte al castello, e osservare il cielo dell’est venirmi incontro. Come un oceano ignoto viene incontro a un navigatore cinquecentesco. Ho sentito i muri della casa scricchiolare per l’impatto della volta celeste e le stelle sfiorare le travi del tetto. Poi ho interiorizzato questo moto ancestrale e ho pensato che anche il sangue che scorre nelle mie vene e arterie subisca lo stesso moto. Dentro la casa, subisco l’influsso celeste e il mio futuro arriva da est e finisce a ovest. Stando affacciato alla finestra e guardando lontano posso scorgere la mia morte. Quel punto scuro al di là dell’alba. Il porto sicuro che accoglierà la mia sofferenza quotidiana, donandomi finalmente la pace. “Beyond the sunrise that is where we live, feeding our counsel and true comfort give, travelling men”.

 * Le parti in inglese sono tratte da “Beyond the sunrise” di Belle and Sebastian

giovedì 24 giugno 2021

A sorta fairytale with you

 

Quando vivi solo, la tua casa diventa quasi come un’amante. La sera, all’uscita dal lavoro, non vedi l’ora di tornare da lei o da lui. Per porre fine ai pensieri e stenderti in pace accanto a lei/lui. Ogni cosa della casa diventa uno specchio dei tuoi desideri e soffri quando noti qualche dettaglio che si discosta da questa visione ideale. Poi, magari, riesci a cambiare un particolare e a fare pace con la casa che dopo ti piace ancora di più. Nelle sere d'inverno, quando il freddo picchia forte fuori, non c’è nulla di più bello che scaldarsi nel suo abbraccio. Eppure, come una bella storia per mille diversi motivi può finire, anche il mio rapporto con te, mia amata casa, sta per terminare. Per me sei stata tutto per tanti anni. In te ho visto per la prima volta una possibilità di emanciparsi, di divenire un uomo indipendente. In te e con te ho scoperto i miei enormi limiti e i miei inaspettati punti di forza. Ho compreso cosa significhi essere responsabili da soli di un luogo. Mi hai fatto crescere. Di te ricorderò le serate estive in giardino, sotto la grande noce. I sorrisi dei pochi amici e famigliari che sono passati di qui. Il piccolo studio, con la grande libreria, il piccolo altare e il pavimento caldo. La cucina nella nicchia, così pratica e speciale, con il tavolo incastonato nel vano con i faretti. Gli orti, i primi della mia vita, le viti e i tre piccoli alberi da frutta. Purtroppo ricorderò anche i problemi, la grande solitudine, i rumori molesti, l’arroganza dei vicini. Ma ti ho amato, cara casa, ti ho amato tantissimo. E stanotte, la notte di San Giovanni, con la luna piena, voglio salutarti degnamente. Ho chiesto alla grande noce di donarmi di nuovo i malli per il nocino, l’aroma che mi porterò con me. E sotto il grande albero, con dietro la luna, ringrazio questo luogo che mi ha dato tantissimo. Mi dispiace molto abbandonarlo ma, purtroppo, non ho altra scelta. Non ti dimenticherò mai. Sei stata per me una sorta di piccola grande fiaba. “And i'm so sad like a good book, I can't put this day back, a sorta fairytale with you, a sorta fairytale with you”. 

Le parti in inglese sono tratte da “A sorta fairytale” di Tori Amos

domenica 27 dicembre 2020

We all need to shine

 

Il primo timido raggio dell'alba mi ha quasi stupito, come se non l'avessi visto da tempo immemorabile. Eppure l'alba è un grande dono e ti annuncia che il tunnel cupo dell'insonnia e del dolore può essere in realtà visto come una sacra veglia. E così sono partito come non facevo da mesi, forse da anni. Ho risalito il monte, incurante della neve, incurante del freddo. Ho seguito i nostri passi, quelli degli antenati. "Under blue diamond sky I don't walk alone. Follow, I will follow. Anywhere you want, you want to go". E ho visto le pennellate rossastre colorare la neve che la notte aveva preservato intatta. Allora ho capito che forse da oggi già si può intuire la primavera: oltre il crinale innevato, nel mare, già nasce una flebile speranza. "It's time that we shine. We all need to shine" E non importa quante volte ancora sbaglieremo strada perché ogni sbaglio conduce a una nuova scoperta. In fondo la speranza è solo un'alba molto attesa, forse da troppo tempo. Come succede ai marinai. "And if we lose our way. Well, sailors, they dance and play".

Le parti in inglese sono tratte da "Christmastide" di Tori Amos

venerdì 27 dicembre 2019

But it don't snow here, stays pretty green

Un natale di sole. Giornate terse che rendono gli spazi immobili, quasi fossero dipinti rinascimentali. I due bordi della pianura, ricamati di bianco, si osservano. Un natale fradicio di passato. Ma con il gusto di un futuro che non vuole palesarsi e che si osserva soltanto al di là di una vetrina. Giornate di voci assordanti e sere raccolte in una solitudine imperfetta. Cupa e mistica allo stesso tempo. Cosa sono io in questi giorni in cui la nuova luce fa capolino al di là delle colline dell'ovest? Dopo venti anni dalla mia grande rivoluzione, è forse il tempo per sconvolger di nuovo tutto? Ho le forze per creare una nuova sacralità? Per ribaltare l'altare e costruirne uno nuovo? Fra pochi giorni mi attenderanno 366 pagine bianche da riempire di lettere. Saranno parole stanche e trascinate come barche nel fango? Oppure parole leggere, di ispirazione nuova? Intanto, fuori, nel giardino che non sento più mio, una rosa è sbocciata. Come fosse primavera. Come per dire che la vita va avanti ed è pronta a sorprenderci sempre. Anche se teniamo gli occhi chiusi. “But it don't snow here, stays pretty green.... Oh, I wish I had a river I could skate away on”. 

Le parole in inglese sono tratte da “River” di Joni Mitchell

martedì 5 febbraio 2019

All of those times, when you could have died


La pioggia stanotte ha rammentato alla neve la precarietà del suo stato. Sono bastate poche ore per cancellare dal mondo il colore bianco. Io, nel tepore delle mie coperte di lettere, rassicuranti perché sono in grado di chiudere fuori la realtà, ho riflettuto sulla inequivocabile provvisorietà di ogni mia scelta. Mi aggrappo soltanto a idoli caduchi, pronti per una veloce dissoluzione. Eppure, desidero vederli come fossero di eterna pietra, presenza stabile e indissolubile nel mio orizzonte precario. Di notte, come argini fittizi contro la piena montante dei pensieri, li enumero per contrastate il timore dell’incontrollabile. Abbiamo numerato anche i giorni – frammenti di tempo non definibili soltanto tramite la loro mera successione temporale! - per paura di affrontare un infinito che non si può davvero contare. E l'immenso, così arginato, si è ritirato dentro di noi ed è divenuto vuoto. Con questo vuoto, numericamente ordinato in maniera utopica, fanno i conti le mie notti. Notti in cui vorrei piangere ma non ci riesco. E durante le quali attraverso come un pellegrino tutti i momenti che ho vissuto e in cui sarei potuto anche non esserci. Sarei potuto morire. “Let tears fall like rain, apple-sized they were, all over her, and through all of those times, when you could have died, this is what you find”. E continuo a scrivere senza sosta per fermare, almeno sulle pagine, lo scorrere implacabile dei giorni. Mentre fuori la pioggia cancella le tracce dell’inverno, promettendo una primavera precoce. 

Le parti in inglese sono tratte da “John I Love You” di Sinéad O'Connor