Piove da giorni. Una pioggia sottile, stanca, benedetta. Santa e satanica allo stesso tempo. La primavera è il luogo di questa pioggia. Con i prati e le aiuole verdi ma gli alberi ancora in attesa. Un verde che va e che agisce, ma ancora non riesce ad essere il protagonista della stagione. “Green for go, green for action”. Mi immagino camminare per Londra, non in questa città così triste e desolata. Come quando ancora credevo di avere davanti una vita. Mi vedo uscire dalla città, andando verso ovest, un tardo pomeriggio, con il sole in fronte, senza più pioggia. Un sole che ormai mi spaventa da mesi, ma di cui ho una necessità viscerale. Osservo intorno a me ogni simbolo, ogni segno che mi consenta di capire se c’è ancora una piccola speranza di andare avanti. Segni antichi come geroglifici. “Five miles out of London on the Western Avenue…From Park Royal to North Acton Past scrolls and inscriptions like those of thе Egyptian age”. Mi chiedo se tutto questo dolore sia in effetti, per me, questione di vita e di morte. Se ne uscirò, prima o poi. O se devo accettare che finisca tutto qui. “It’s not a matter of life or death. But what is? What is?”. Ma se questo fosse davvero il mio ultimo respiro? Se sotto questa pioggia mi spegnessi e lasciassi scivolare il mio corpo su questo asfalto bagnato? A chi importerebbe davvero? “It doesn't matter if I take another breath. Who carеs? Who cares?”.
Le parti in inglese sono tratte da “Hoover factory” di Tori Amos.


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